Per anni, una certa narrativa mediatica ha confezionato un’immagine di Papa Francesco come quella di un pontefice “progressista”, quasi un testimonial spirituale del pensiero arcobaleno. In un’epoca in cui ogni cosa sembra dover essere LGBTQ-friendly per forza, anche la figura del Papa è stata piegata alla logica del politicamente corretto.
Ma la verità – quella scomoda, che non fa comodo a nessuno – è che Jorge Mario Bergoglio, Papa degli ultimi e dei periferici, non è mai stato un progressista nel senso militante del termine. Il suo essere appartenente all’ala sociale della Chiesa è stato scambiato (volutamente?) per attivismo ideologico. Non so se in modo criminale, ma sicuramente in modo fazioso.
Nel 2018, parlando dell’aborto, disse parole chiarissime:
“È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema?”
(Discorso all’Udienza Generale, 10 ottobre 2018).
Nell’Amoris Laetitia ha rigettato la teoria gender, accusandola di “negare la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna”, chiarendo che sesso biologico e ruolo socio-culturale si distinguono ma non si separano.
Sull’omosessualità, a chi ha tagliato e cucito la sua frase “Chi sono io per giudicare?”, ha risposto con equilibrio e dottrina:
“Le persone omosessuali vanno accolte con rispetto, compassione, delicatezza”,
ma ha anche ribadito che
“il matrimonio è solo tra un uomo e una donna”
(Discorso al Congresso sulla Famiglia, 2014).
Nel 2016 ha chiuso ogni spiraglio all’ordinazione femminile, citando san Giovanni Paolo II:
“Quella porta è chiusa. Lo ha detto definitivamente”.
Sulla guerra, nella Fratelli Tutti ha condannato il concetto di “guerra giusta”, ma non ha mai negato il diritto/dovere alla legittima difesa, come previsto dal Catechismo. Sul conflitto in Ucraina ha affermato:
“Difendersi non solo è lecito, ma è anche un atto d’amore per la Patria” (28 novembre 2022).
Papa Francesco è stato divisivo, sì. Ma questo non perché abbia stravolto la dottrina. Piuttosto, perché ha avuto uno stile diverso: empatico, comunicativo, pastorale. A qualcuno è piaciuto, ad altri meno. Ma la Chiesa – quella vera – non ha cambiato rotta.
Anzi, sotto la sua guida, abbiamo assistito alla difesa della vita contro pratiche disumane come l’aborto; alla condanna della teoria gender, vista come una forma di alienazione antropologica; alla rivalutazione del matrimonio tradizionale, come unicum insostituibile; alla ferma riaffermazione della pace, ma con diritto alla difesa.
Per me – lo dico con serenità – il Papa che più ha rappresentato la mia Fede resta Karol Wojtyla. Non ho particolari elementi che mi leghino sinceramente a Francesco. Ma ciò che sta accadendo oggi, con certi giornalisti che appiccicano etichette come “Papa pop”, “Papa progressista”, “Papa arcobaleno”, non è solo sbagliato: è disinformazione criminale travestita da opinione. È l’ennesimo tentativo di piegare anche la Chiesa alle logiche del pensiero dominante woke.
E allora no, Francesco non è il Papa della rivoluzione arcobaleno. È un pontefice che ha parlato agli ultimi, ha fatto discutere, ma non ha mai rinnegato i pilastri della Fede.






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