Per comprendere la gravità del gesto, vanno spese due parole sulla genesi e le motivazioni di esistenza di questo contingente militare. UNIFIL è stata istituita nel 1978 con l’obiettivo di monitorare la cessazione delle ostilità, sostenere il governo libanese nel ristabilire la propria autorità e contribuire alla sicurezza della popolazione locale. Queste forze internazionali, dispiegate lungo il confine meridionale del Libano, svolgono un ruolo fondamentale nel mantenere la pace e prevenire un’escalation di violenza nella regione, cercando di limitare i confronti diretti tra le due nazioni.
Questi militari, che rischiano la vita per la stabilità dell’area, sono inviati per garantire il rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, e la loro presenza rappresenta un baluardo di moderazione in una zona altrimenti caratterizzata da tensioni croniche. Qualsiasi attacco nei loro confronti non può essere giustificato, né tollerato.
Purtroppo, però, negli ultimi anni si sono verificati episodi preoccupanti che hanno visto coinvolte le forze di UNIFIL. Uno dei più tragici risale al 25 luglio 2006, durante la guerra tra Israele e Hezbollah. Un bombardamento israeliano colpì una postazione ONU nel villaggio di Khiam, nel Libano meridionale, causando la morte di quattro osservatori internazionali. L’incidente scatenò l’indignazione della comunità internazionale, spingendo l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, a dichiarare che l’attacco sembrava essere “deliberato“, sollevando interrogativi sulla catena di comando e sul rispetto delle norme di ingaggio da parte israeliana.
Più recentemente, nel 2015, si è verificato un ennesimo episodio spiacevole. Due soldati spagnoli persero la vita a causa di colpi di artiglieria israeliani, sparati durante uno scambio di fuoco con Hezbollah. Il governo spagnolo chiese un’indagine formale e l’allora Ministro della Difesa spagnolo, Pedro Morenés, dichiarò che “la morte di soldati internazionali in una missione di pace è inaccettabile e deve essere evitata a tutti i costi”. Tuttavia, nonostante le proteste e gli appelli alla cautela, episodi simili si sono verificati nuovamente.
Nel 2023, infatti, si sono registrate nuove tensioni lungo la cosiddetta “Linea Blu“, con scambi di colpi tra le forze israeliane e i combattenti di Hezbollah, durante i quali sono stati colpiti anche mezzi e personale di UNIFIL. Questi eventi evidenziano un quadro di pericolosa imprevedibilità, che mette a rischio la vita di chi opera per garantire la pace.
Dal punto di vista di Israele, la sicurezza nazionale è una priorità assoluta e i confini con il Libano rappresentano una delle aree più sensibili per la difesa dello Stato ebraico. Tel Aviv ha ripetutamente accusato UNIFIL di essere inefficace nel prevenire le operazioni di Hezbollah, sostenendo che i miliziani utilizzano aree vicine a quelle delle postazioni ONU per lanciare attacchi. Per Israele, questo è un fallimento che giustifica operazioni mirate per proteggere i propri cittadini, anche se ciò comporta rischi di danni collaterali.
Israele vede la presenza di Hezbollah al confine come una minaccia esistenziale e ha sempre cercato di dissuadere qualsiasi consolidamento militare da parte dei suoi nemici. Tuttavia, mentre le preoccupazioni sulla sicurezza sono assolutamente legittime, ciò non può tradursi in attacchi indiscriminati che coinvolgono forze di pace internazionali. Questo tipo di azioni mina la fiducia nelle istituzioni globali e rischia di isolare Israele a livello diplomatico.
Ciò che rende la situazione ancora più critica è il silenzio assordante di molti Paesi occidentali. Nonostante la presenza di soldati di nazioni come Italia, Francia e Spagna, gli attacchi contro UNIFIL non hanno ricevuto la condanna ferma e unanime che avrebbero meritato. Questa mancanza di reazione è un segnale preoccupante, che rischia di rafforzare l’idea che esistano “immunità” per certi Stati, rendendo vano ogni tentativo di mantenere una situazione di equilibrio nella regione.
Un episodio emblematico si è verificato dopo l’incidente del 2015, quando l’indagine richiesta dalla Spagna non portò a risultati concreti. Non ci furono sanzioni, né richieste di risarcimento, e il caso fu rapidamente accantonato. Questo tipo di impunità rischia di creare un precedente in cui attaccare forze internazionali non ha conseguenze, indebolendo il mandato di UNIFIL e mettendo in pericolo la vita di centinaia di militari impegnati nella regione.
Se non proteggiamo chi cerca di mantenere la pace, come possiamo aspettarci che essa venga preservata? Il rispetto delle missioni internazionali di pace non è solo una questione di etichetta diplomatica, ma un obbligo morale e politico di ogni Stato che si professa democratico e rispettoso del diritto internazionale. Lasciare che Israele continui a mettere in pericolo i contingenti di UNIFIL significa mettere a rischio il fragile equilibrio di una delle aree più instabili del mondo.
Per evitare che episodi simili si ripetano, è necessario che la comunità internazionale si mobiliti in modo deciso. In primo luogo, le Nazioni Unite dovrebbero creare un meccanismo di monitoraggio indipendente per indagare su tutti gli incidenti che coinvolgono le forze di pace. Questo sistema dovrebbe essere dotato di risorse adeguate e della capacità di agire in modo autonomo, senza influenze politiche esterne. Inoltre, ogni violazione documentata delle norme di ingaggio da parte di qualunque Stato dovrebbe comportare sanzioni immediate, incluso il congelamento di aiuti militari e diplomatici, se necessario.
Le Nazioni Unite devono rafforzare il mandato di UNIFIL, garantendo che il contingente possa operare senza il rischio di essere colpito. Questo potrebbe includere l’installazione di più postazioni di osservazione lungo la Linea Blu e l’incremento delle risorse tecnologiche per il monitoraggio delle aree critiche. Anche le potenze occidentali, che forniscono gran parte del personale di UNIFIL, devono unirsi per condannare con forza qualsiasi attacco e imporre misure diplomatiche concrete contro chi mette a rischio la vita dei loro soldati.
È tempo che la comunità internazionale faccia sentire la propria voce, ribadendo che attaccare forze internazionali di pace non è solo un crimine contro quei militari, ma contro il principio stesso di pace e stabilità su cui si fondano le Nazioni Unite. Ogni attacco deve essere condannato, ogni responsabilità deve essere accertata. Solo così potremo sperare che il Medio Oriente trovi un giorno una via di uscita dalla spirale di violenza in cui è intrappolato da troppo tempo.







Lascia un commento