Le aggressioni contro il personale sanitario in Italia sono in aumento, ed il Governo ha deciso di reagire col nuovo Decreto Sicurezza, che prevede misure più severe per tutelare medici ed infermieri. Questa decisione, fortemente osteggiata dalla sinistra, merita un’analisi approfondita per comprendere se rappresenti un intervento necessario per ristabilire l’ordine o se rischi di creare un clima, come affermato da qualche politico più interessato a creare problemi che a risolverli, un clima di repressione e controllo da Codice Rocco.
Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Operatori Sanitari, negli ultimi anni gli episodi di violenza sono aumentati del 20%, con oltre 3.000 casi registrati solo nel 2023. Questo fenomeno non è esclusivamente italiano: in Francia, ad esempio, si è registrato un aumento delle aggressioni del 25% negli ultimi due anni, mentre in Germania si contano oltre 2.500 episodi di violenza annuali nei confronti del personale sanitario. Questi dati suggeriscono che il problema ha una portata europea e non può più essere sottovalutato.
Passiamo all’analisi promessa: il Decreto Sicurezza introdotto dal Governo prevede quattro ambiti di intervento principali: 1) Pene detentive più severe: aumento delle pene per chi commette atti violenti, con reclusione fino a sei anni, per creare un deterrente forte ed immediato; 2) Sanzioni pecuniarie particolarmente elevate: fino a 5.000 euro anche per aggressioni verbali o minacce, scoraggiando comportamenti lesivi della dignità degli operatori; 3) Presidi di sicurezza: presenza fissa delle Forze dell’Ordine nei Pronto Soccorso più a rischio, per garantire spazi sicuri e protetti; 4) Assistenza psicologica: supporto per chi ha subito aggressioni sul lavoro, riconoscendo la necessità di un intervento sia repressivo che di sostegno.
Queste misure rappresentano un atto di giustizia nei confronti di chi lavora per garantire la salute dei cittadini. Proteggere il personale sanitario non è solamente questione di sicurezza, ma anche di riconoscimento del valore sociale della loro missione. Tuttavia, bisogna anche non arrivare alla militarizzazione delle strutture sanitarie, che creerebbe un clima di tensione. Ad esempio in Spagna, dove sono stati introdotti presidi di polizia fissi in alcune strutture sanitarie, si è registrato un aumento delle denunce per eccesso di controllo, col rischio di spostare l’attenzione dalla cura del malato al controllo militare del paziente.
Ciò che mi sentirei di far notare è che queste misure, efficaci nel breve termine, possono risultare inefficaci nel lungo senza un piano complessivo di riforma del sistema sanitario: non basta infatti l’inasprimento delle sanzioni se i tempi di attesa nei Pronto Soccorso continuano ad essere lunghissimi e se il personale lavora costantemente sotto organico. Un confronto interessante si può fare con il Regno Unito, dove è stato implementato un programma di zero tolerance nei confronti della violenza negli ospedali: sebbene gli episodi di aggressione siano diminuiti del 15%, con poco più di 280 episodi registrati negli ultimi due anni, rimane comunque il problema del personale sotto organico e dei tempi di attesa lunghi.
L’obiettivo non deve essere solo quello di punire, ma di prevenire. Solo con un approccio equilibrato, che combini il necessario rigore a misure preventive, sarà possibile ridare dignità ad un settore che spesso viene lasciato solo a gestire l’emergenza.
Queste nuove misure sono un segnale forte e chiaro: lo Stato vuole tornare, dopo anni di lassismo, a difendere di chi lavora in questo settore delicato, con buona pace di chi, evocando i fantasmi del passato, cerca di frenare ogni tentativo di ripristinare ordine e disciplina.







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