La proposta di ridurre il periodo di residenza necessario per ottenere la cittadinanza italiana da 10 a 5 anni sta infiammando le fantasie di una parte residuale (circa l’1%) dell’elettorato nazionale. Sostenuta da +Europa e da varie personalità dello show business orientate a sinistra, l’iniziativa nasce per facilitare l’inclusione dei nuovi residenti, ma rischia di minare il concetto stesso di cittadinanza, trasformandola da un impegno consapevole in un mero atto burocratico.
Non solo: l’estensione automatica della cittadinanza ai figli minori di chi la ottiene in questo modo, indipendente dal loro legame effettivo con la Nazione (si, la cittadinanza spetterebbe di diritto anche ad ipotetici figli minori che vivono in Stati extraeuropei, per il solo legame con il nuovo cittadino), potrebbe generare ulteriori problematiche, mettendo a repentaglio finanche coesione sociale e sicurezza nazionale. Perché, quindi, questa proposta rischia di essere estremamente pericolosa e controproducente?
In prima battuta, la cittadinanza italiana non dovrebbe essere concessa con leggerezza. E’ un riconoscimento che implica l’adesione ai valori, alle leggi e alle tradizioni di un Paese con una sua storia millenaria. Ridurre il periodo di residenza necessario per ottenerla significherebbe disintegrare ogni barriera di ingresso, facilitando l’accesso alla cittadinanza a chiunque, indipendentemente dall’effettiva volontà di adesione a questi valori, leggi e tradizioni.
Un esempio lampante di quanto sia importante il tempo di permanenza per garantire la reale integrazione lo individuiamo nelle statistiche sui processi di naturalizzazione in Italia: i dati ISTAT sottolineano come solo il 40% degli stranieri che acquisiscono la cittadinanza riesce ad ottenere una piena integrazione socio – economica entro i primi 10 anni di residenza. Questo significa che un periodo ridotto rischia di aumentare la platea dei cittadini senza un effettivo inserimento nel tessuto socio – culturale italiano.
Il rischio, quindi, è di creare una cittadinanza unicamente di facciata, con una appartenenza formale non rispondente ad una partecipazione attiva e consapevole alla vita comunitaria. Questo, senza mezzi termini, svilisce il valore stesso della cittadinanza, che dovrebbe essere acquisita a seguito di un percorso di integrazione e di condivisione dei valori sui quali si fonda la Nazione.
Inoltre, il problema si aggrava ulteriormente se consideriamo un aspetto del quale nessuno ha parlato, probabilmente con la coscienza di non parlarne: la proposta prevede l’estensione automatica della cittadinanza ai figli minori di chi la ottiene, ricalcando quanto avvenuto in Francia. Paese nel quale, come indica un rapporto dell’INSEE, oltre il 30% dei nuovi cittadini d’oltralpe ha ricevuto la cittadinanza per estensione ai figli, senza mai aver vissuto nella terra che fu di De Gaulle. Questo ha contribuito a creare sacche di cittadini fantasma, con tassi di partecipazione alla vita pubblica nulli ed una percezione elevatissima di distacco e disinteresse nei confronti della comunità nazionale.
Introdurre una siffatta normativa in Italia, potrebbe portare ad un’escalation di questo fenomeno, compromettendo la coesione sociale e creando generazioni di individui con il diritto di voto ma senza un reale legame sociale con il Paese ed i suoi cittadini. Non si tratta di discriminazione, e chi accusa chiunque ponga il problema di essere razzista si copre di ridicolo oltre che rendersi passibile di querela, ma di garantire che chi ottiene la cittadinanza lo faccia consapevolmente e con la reale volontà di aderire ad una società nuova, con regole, valori, usi e costumi non compatibili o quantomeno differenti da quelle di provenienza.
Un ulteriore aspetto critico è l’impatto che questa proposta andrebbe ad avere sulla sicurezza e sulle politiche migratorie. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), Paesi come il Canada e l’Australia hanno registrato un incremento nel fenomeno del turismo della cittadinanza proprio a causa di normative eccessivamente permissive. Questo fenomeno ha comportato l’afflusso di individui che vedono nella cittadinanza unicamente il mezzo per acquisire vantaggi legali ed economici, senza alcun interesse all’integrazione.
Estendendo per automatismo la cittadinanza ai figli dei migranti e riducendo il periodo di residenza della metà, l’Italia diventerebbe la nuova meta preferita di individui con finalità ulteriori, aumentando i rischi legati alla criminalità organizzata e alla radicalizzazione, fenomeni che da questo permissivismo dipendono. E’ essenziale mantenere criteri rigorosi e trasparenti per l’accesso alla cittadinanza, verificando che chi la ottiene sia davvero integrato e pronto a contribuire al benessere e alla sicurezza della Nazione.
Ritengo, invece, sia possibile, qualora volesse trovarsi una soluzione alternativa ma anche non necessaria, essendo l’Italia il primo Stato UE per cittadinanze rilasciate, l’introduzione di programmi di educazione civica obbligatoria per i richiedenti cittadinanza, finalizzati a garantire una piena comprensione, se non della storia, degli usi e dei costumi, quantomeno dei diritti e dei doveri connessi all’essere italiani. Inoltre, e tale modifica dovrebbe essere apportata anche in riferimento alla legge attuale, sarebbe utile prevedere un esame obbligatorio di lingua italiana e di conoscenza della Costituzione, per verificare l’effettiva integrazione culturale.
Così, si garantirebbe che l’ottenimento della cittadinanza sia legato alla reale conoscenza del Paese e al rispetto delle istituzioni e dei valori di questa grande Nazione. Un ulteriore miglioramento potrebbe essere l’introduzione di un periodo di volontariato nelle comunità locali, per favorire integrazione e partecipazione attiva. Ma comprendo di essere andato molto oltre, considerando che chi oggi pone questa richiesta di referendum non ha motivazioni così nobili alla base.
Sintetizzando, la riduzione del periodo di residenza e la concessione automatica della cittadinanza ai figli (anche residenti al di fuori del territorio dello Stato!) degli immigrati, rischia di essere una compromissione abnorme dei fondamenti stessi dell’appartenenza nazionale. La cittadinanza è un valore essenziale, che implica responsabilità, partecipazione e condivisione dei valori. E personalmente, nella coscienza che ciò non è possibile, la persino toglierei a chi, cittadino italiano per nascita, si rende responsabile di atti e fatti contrari allo spirito di comunanza nazionale, tali da giustificare un provvedimento tanto grave. Sta di fatto che l’identità di questa Nazione, forgiata da anni di lotta per la libertà, va protetta a garanzia di un futuro stabile e sicuro per tutti i cittadini, attuali e futuri.
Difendere l’integrità della cittadinanza significa difendere l’Italia stessa, la sua storia e la sua cultura. Non significa, nella maniera più assoluta, chiudersi a riccio o respingere il domani. Significa che, di fronte a sfide globali sempre più pressanti, è nostro compito proteggere e valorizzare l’identità nazionale, senza cedere a mode e ideologie che hanno l’unico fine di svilirla.







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